FLAVIA VENTO E LA POLITICA DA SPETTACOLO


Non vorrei di nuovo ridurmi (ci hanno già pensato, a loro tempo, i giornalisti) a blaterare per conto di Flavia Vento. Ma da quando ha voluto caparbiamente intraprendere una fulgida carriera politica, dilettandosi su un’altalena tra gli opposti schieramenti politici, non posso fare a meno di dire due parole. Dopo gli strafalcioni pronunciati con squilibrante innocenza ad un comizio della Margherita (enfatizzate puntualmente da Striscia La Notizia), mi sono imbattuto in una replica della trasmissione gay di La7, I Fantastici 5, che domenica sera, in seconda serata, hanno riproposto la missione impossibile di aiutare la candida Flavia (già dilaniata, a quel tempo, dal gossip che la voleva ex di Totti, proprio prima che il Pupone convolasse a nozze con la ex letterina Ilary Blasi), a ricostruirsi un’immagine politica, puntando su look, savoir-faire e life-style.

I 5 fantastici, tra una fervida scheccata e l’altra, cercando di coniugare arte e stile adattandoli alla bellezza della Vento, ce la mettono tutta, ma il meglio (o il peggio) che tirano fuori dalla capoccia in formato idea è quella di portare Flavia in un mercato rionale romano, per entrare in contatto con i problemi del paese, semplicemente intervistando la gente malcapitata con due borse della spesa in mano. Già in macchina, per arrivare nel luogo del delitto, la splendida Flavia aveva deliziato i palati più fini sparando le sue mire politiche e ideologiche, che suonano così forti da essere catalogati senza difetto come luoghi comuni: abbassare le tasse, creare posti di lavoro, eliminare l’Euro (sì, i vostri occhi non vi deludono). Giusto per dirne tre. Ma l’apoteosi avviene quando, al mercato, scodinzola i suoi ferrei propositi alla gente: c’è la signora di mezza età che concorda, la massaia, il lattaio. Inorridisco solo quando la Flavietta se ne esce così: basta, eliminiamo l’Euro, perchè non è possibile che adesso la gente non può andare a cena fuori perchè con 60 euro non mangia nulla. Con "fuori" intendo chiaramente il ristorante. Vabbè, certo, via la guerra, più posti per tutti, ma soprattutto non toglieteci la cenetta fuori casa. Che diamine.

La scalata al successo politico, oltre che transitare per negozi per ricostituirsi un look degno di un’aspirante politica (e lasciatemelo dire, checchè ne pensi il Fantastico Massimo, le mises proposte erano alquanto imbarazzanti, e più congrue per una serata in balera che per affrontare un’aula gremita), passa per una cena che raccoglie i giornalisti che avevano osato scrivere di lei dopo la candidatura in politica. Tra un piatto e l’altro, si suggella la fantasia. C’è chi le propone di valorizzare al massimo il proprio corpo, rischiando di venire linciato dalla Vento per offesa personale, c’è chi invece le ricorda i fasti de la Fattoria, dove sclerò dopo appena una settimana vedendo un cane avvinghiato ad un palo, che turbava la sua folta chioma animalista, c’è chi invece si fa più serio e cerca di riportare la conversazione sui toni formali. Ma non ne esce nulla, se non una sorta di pax che sembra sancire la nascita di un corridoio per Flavia verso l’ascesa politica.

Ok, d’accordo, l’hanno votata in 34 quando si era candidata la prima volta. Penso che ci farò un pensierino se si dovesse ripoporre. La questione dei ristoranti mi sta molto a cuore.

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