SIPARIO SU SANREMO 2006 / 1: MA CHE FESTIVAL ABBIAMO VISTO?


Fa un po’ senso parlare di qualcosa che non c’è più. Oddio, ogni anno resuscita, ha già collezionato 56 vite. Meglio dei gatti. Sanremo non muore mai, lo stesso Meocci (dg Rai) considera il Festival un evento irrinunciabile per la propria azienda, ergo, finchè esisterà la tv di servizio pubblico, esisterà la gara canora più famosa e bistrattata d’Italia. E’ un fatto di costume, di memoria, di spettacolo. Ce lo sorbiamo come l’inno di Mameli cantato dagli sportivi. Tocca farlo, anche se magari qualcuno ne farebbe a meno. Panariello ci ha provato, a realizzare qualcosa di diverso, ma il diverso era già insito nella realtà in cui si trovava. Un Festival mazzato dall’Auditel (e poi si dice sempre che la qualità va sempre isolata dai riferimenti d’ascolto, ma in fondo di cavolate se ne dicono tante), anche se in realtà, se si esclude il mostro Bonolis, che operava in regime di non-belligeranza da parte di Mediaset (che l’avrebbe poi riportato a casa sei mesi dopo), i numeri del Festival sono quelli riportati prima da Baudo, mostro sacro che dovrebbe ritornare nel 2007, e poi dalla Ventura, nell’edizione più giovanilistica della kermesse, che fece qualcosa di meno di Panariello, ma almeno provò seriamente a rompere i canoni tradizionali. Insomma, considerare l’edizione 2006 del Festival un flop credo sia eccessivo, o meglio, non si è rivelato nulla di straordinario. E’ che quando si parte da alcune premesse, si ottiene quel che si può.

Panariello è stato Panariello in versione ridotta: traslocato dal suo ambiente naturale, lo spettacolo itinerante che lo ha consacrato alla gente, ha tentato di riproporrere la sua vena ironica in una manifestazione che (ricordiamo) nasce per esaltare la musica, e non il cabaret. Le battute che dispensava in platea non erano così orrende, ma è allucinante sentire poche risate come risposta del pubblico. Magari alla gente non importava gustarsi un bel monologo prima di dar vita alle canzoni. Specialmente la gag con Pieraccioni e il richiamo disperato agli spunti da show del sabato sera. Ma qua non siamo al "Torno Sabato", non c’è alcuna Lotteria. E dire che aveva dietro di sè una cinquina se non di più, di autori. Evviva. Detto questo, il buon Giorgio, dopo aver sparato a zero sui pubblicitari e su Pupo, ma allo stesso tempo addossandosi le responsabilità di un flop che già serpeggiava dopo la prima serata, ha cercato mestamente di condurre la barca al porto. Senza più preoccuparsi di nulla. Via con l’ospite John Cena, e via a camuffarsi da Baudo di fronte ad un omaccione che sì e no sa due parole di italiano. Oppure le gags con Victoria Cabello e Ilary Blasi, umorismo spiccio che appare stonante, unica stecca languida oltre a quella confessata da Dolcenera sul Corriere. E Del Noce, tradendo ogni tanto l’ottimismo a denti stretti, sollecitava la soddisfazione. Non è un buon attore.

Le due presenze femminili, la Victoria e la Ilary, diametralmente opposte nei modi di fare ma tremendamente uguali nello sfoggiare capi d’alta moda made for Sanremo, apparivano spesso in disarmonia, tra di loro e con tutto il resto. Si sono mai scambiate battute, si sono mai guardate con occhio vispo di chi dice "dai, che il festival ce lo gustiamo noi"? La Blasi recitava il ruolo della bella, come era nei canoni tradizionali del Festival, e via allora con la scollatura che osa l’inscrutabile televisivo e che fa felice il maschio italiano, con la battutina (rigorosamente by autori) trasudante vergogna o con la meraviglia di un neonato quando spunta Totti in prima fila, a recitare i meandri di quel Carramba conclusosi con un "Francesco è venuto gratis" il giorno dopo nella terza pagina dei quotidiani. Una presenza smorta in questo festival che già dalla scenografia presuppone la sua lenta agonia.

Evidentemente, se si tratta di un festival della canzone italiana, non possono mancare gli ospiti. Ecco, magari meglio sarebbe se fossero cantanti e perchè no, pure internazionali. A Sanremo ce ne sono stati, da Hillary Duff a Jesse McCartney, fino a Shakira. Temo che se ne sia accorto soltanto il pubblico, soltanto perchè se li trovava davanti, mentre lo spettatore davanti alla tv crollava miserabile sul divano. Cantanti famosi collocati in fondo allo show, come Shakira che si è esibita all’una di notte, di fronte ai comprensibili sbadigli della platea. Oppure due battute, alla fine della performance, e arrivederci a tutti. Ma è il modo? Preferiamo loro, magari trattati decentemente, non dico da divi da osannare, invece dei superospiti stranieri, strapagati e totalmente inutili. Dicono che servano a fare il botto, a suscitare clamore. Io ho cambiato canale. Puro squallore. Travolta ha deliziato (?) il pubblico con una pedicure in diretta tv, Orlando Bloom che si presta ai soliti baci in bocca (sostituti delle toccate e fuga di Benigni al celebre Baudo). Qualche collegamento di senso con la canzone? E poi i giornali sparano le solite cifre dei compensi. Non ci resta che ridere.

Per fortuna ci sono i cantanti. E’ il loro Festival, almeno a loro garantiamo uno spettacolo decente. E invece no. Canzoni decurtate, vip in rivolta, come la Oxa, che si sottraggono al rito della foto di Sorrisi, che nascondono i testi delle proprie canzoni, che si atteggiano a divi immacolati per poi finire immediamente eliminati, oppure il tassativo dei 3 minuti e mezzo da rispettare, ma poi ecco che spunta l’eccezione che diventa regola e la canzone ognuno se l’acconcia come gli pare. E per fortuna che la canzone era al primo posto. Fa ridere ora ripensare alla proposta di imbastire un mercato di brani da scaricare per il telefonino, addirittura quei 30 secondi prima della loro prima esibizione in pubblico per far salire l’atmosfera, giusto per strizzare l’occhio ai giovani. Quando la canzone, degna del nome, marcisce in amministrazione. E dire che le canzoni non erano neppure malaccio, in solito stile sanremese, ma qualche buon guizzo spuntava qua e là. Poi però ti ritrovi in combutta di voti una giuria demoscopica che comprerà sì e no un cd l’anno, e il popolo dei televotanti, per un sistema molto più democratico, che ribalta le decisioni. Ci aveva azzeccato la Ventura nel 2004, confidando tutto nel pubblico sovrano. Passeremo più avanti ad analizzare le canzoni.

Imbarazzante però si è rivelata la finale. Una ciurma niente male, Panariello e i suoi autori, folti menti capaci di far sedere i finalisti sulla scalinata, imbarazzati da una tetra sigletta da reality quasi stia per arrivare l’apocalisse dell’eliminazione dopo la nomination. Ma qualcosa di meglio non si poteva studiare? Pareva di stare sulle scale di una chiesa nell’oratorio. Ignobile. La classificazione dei cantanti in categorie non mi è mai piaciuta, ma è televisivamente apprezzabile, solo che poi scombinano la classifica finale, e nessuno corre a dire i voti degli esclusi, per evitare ulteriori polemiche nel caso l’escluso della sua categoria avesse riportato più voti di quello passato in finale appartenente ad un’altra categoria. Ma chissenefrega. Basta che arrivino i voti, e gli introiti. Nessuno ci ha però spiegato dove vanno a finire i soldi delle nostre telefonate.

Sono stato sintetico. Ci sarebbero altri milioni di elementi da evidenziare. Cercheremo a mente fredda in seguito di analizzare i singoli dettagli che hanno fatto di Sanremo in ogni caso un evento. Nel frattempo, attendendo la resurrezione del festival, siamo al contempo addolorati per la candidatura di Pippo Baudo per l’edizione 2007. Dopo la naturale resurrezione, una forzata riesumazione.

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