CHE DIAVOLO E' IL TRASH?


Dopo l’esplosione di commenti e critiche successive all’esordio di martedì sera di Distraction, nuovo format presentato da Teo Mammucari su Italia 1, del quale si è ampiamente parlato qua su Tele&Visioni e, più in generale, nella blogosfera dedicata al mondo della tv, se è articolato un dibattito sulla definizione di Trash, parolina utilizzata forse a sproposito per etichettare il game-show di Teo. Se ne parla sia nell’analisi di Malaparte su TvBlog sia nel commento di Matteo Failla su Tele Dico Io, e provo a spenderci qualche parola anch’io.

Che cosa intendiamo per trash? Scorrendo le varie definizioni, alcune scontate, altre implicite e richiamanti la trasposizione in lingua inglese (spazzatura), non se ne ricava (com’è forse giusto?) un’identità univoca. Penso che, ad ogni modo, si possa definire trash tutto quanto si trovi in televisione decontestualizzato, spiattellato in una dimensione non propria per accentuarne lo spaesamento e accelerare la sensazione di imbarazzo che si può venire a creare. Può essere trash, per esempio, se durante una trasmissione di approfondimento, un giornalista, dopo aver disquisito con altri colleghi su per esempio di attualità, fosse invitato a cantare una canzoncina ilare per il solo gusto di fare spettacolo. Non stonerebbe con il contesto? Oppure, in un balletto coreografato, una ballerina che chiaramente non ha alcuna idea di come si debba ballare e si ritrova a scimmiottare il ballo. Lo stesso gesto, invece, se contestualizzato in un varietà ironico e divertente, assume tutt’altro spessore. Trash potrebbe essere se in un talk show alcuni protagonisti della discussione si prendano a randellate (un po’ come l’alterco Pappalardo-Zequila a Domenica In…Tv), e la telecamera, pur di non rinunciare al botto d’ascolto, riprende da turista, il dramma che avviene in studio. E’ trash l’esaltazione della televisione e del trash che in altri contesti non è trash.

Ricollegandomi a Distraction, come sottolineava giustamente Malaparte, non si può parlare di trash: infatti ci si trovava in un contesto (più o meno) ilare, goliardico (come lo ha definito Luca Tiraboschi in un’intervista rilasciata a Il Giornale di oggi), in cui ogni azione era perfettamente giustificata dal contesto, e non gratuita. Ecco, la gratuità di un determinato gesto inficia notevolmente sul valore della parola trash. Ogni azione deve pertanto essere collocata in una dimensione idonea o perlomeno ricollegabile, che possa in qualche modo giustificarla. Altrimenti l’azione diventa parodia di se stessa, stride con il resto e crea straniamento, generando il meccanismo, che vige pure nella pornografia (anzi, sul quale si fonda l’arte del porno) di attrazione-repulsione. Ci pensano spesso poi i media a rendere trash una determinata situazione, che non risponde a canoni stabiliti dalla propria cultura o dalla tradizione fino a quel momento, e che quindi rappresenterebbe una devianza da esaminare in quanto devianza.

Oggi è facile, infatti, tacciare di trash qualsiasi cosa. Perfino i film, come Natale A Miami, del duo (trash?) Boldi & De Sica, come fa opportunamente notare Limohetfield commentando l’intervento di Failla, ricevono l’etichetta di spazzatura. Ma dove sta in questo caso il trash? E’ possibile individuarlo? Qui, forse, il trash si scontra con la definizione di buon gusto. Se il buon gusto si fonda sulle buone maniere, sulla perfezione di modelli e comportamenti, sulla moralità istituzionale di qualsiasi gesto auto o eteroreferenziale, il trash facilmente si individua nella simmetrica opposizione di tale dimensione. La parolaccia, di per sè volgare, diventa gratuita, la toccata di sedere è blasfema, il coito interrotto e anche nascosto lacera la coscienza. Ma siamo di fronte ad un film o no? Siamo di fronte ad una finzione, ad un modello di rappresentazione della società che ci appartiene ma che pubblicamente non vogliamo realizzare visivamente. Siamo tutti buonisti di fronte agli altri, ci confondiamo immersi nella superficialità dell’apparire, scandalizzandosi facilmente per qualsiasi situazione si opponga a questo modello. Per il semplice motivo che può essere preso come motivo di comportamento, soprattutto per i più piccoli? Quando, invece, il trash, se lo vogliamo chiamare così anche in questo contesto, si trova pure dentro le mura di casa?

Forse serve riqualificare il concetto di trash, lemma che sembra diventare troppo inappropriato quando si arroga il diritto di definire prodotti (in questo caso, televisivi) che mercificano situazioni o personaggi per il solo gusto di mostrarsi al tubo catodico. Il trash si oppone a buongusto. Ma se ci fosse solo il buongusto, il trash lo troveremmo comunque fuori. E la tv, se fotografa la realtà, fotografa pure il trash. Ergo, forse è compito di chi fa televisione non scadere mai nel trash come l’ho inteso nel secondo e terzo paragrafo di questa digressione: non scavalcare i limiti di pudore e decenza, non cadere nella gratuità risibile e soprattutto contestualizzare ciò che si fa.

 

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