MA IN AMERICA NESSUN FIOCCO: GLI AFFARI SONO SOLO IN DENARO


Ne abbiamo parlato fin troppo (soprattutto in questo abnorme blog), abbiamo speso litri di inchiostro digitale sulla trasformazione disneyana di Affari Tuoi che ha adattato il prodotto alla versione Clerici, dopo la goliardia annessa a Pupo e la sadica conduzione del perfido Paolo Bonolis. Dopo le prime due puntate d’assalto e le ultime due in calando, che hanno sgonfiato la maestosità del nuovo corso del game show di RaiUno (maestosità osannata dal titolone del Corriere Della Sera), potremmo in effetti smetterla di blaterare sulla versione 3.0 del gioco dei pacchi. Però stamattina, guardando Tv Talk in un’insolito risveglio all’alba per via delle qualifiche del Gran Premio d’Australia di Formula 1, il conduttore Massimo Bernardini, per messo dell’inviato in USA Franco Schipani, approfittando del cambio di conduzione in Italia del format Endemol, ha creato un ideale collegamento con la versione americana del gioco dei pacchi. Spunto molto interessante, nonostante la risibile discussione in studio sul nuovo corso del programma italiano – si è puntualizzato sullo sforo in prima serata, accanto allo sfondone di uno studente tra il pubblico che aveva dichiarato che i programmi dell’access prime time arrivano fino alle 21.40, sommato all’altro sfondone di Bernardini che pensava che Striscia e Affari Tuoi andassero in onda pure di domenica (ma Il Malloppo e Alda D’Eusanio non ti dicono niente?) – e le pochissime informazioni date in pasto al telespettatore. Per fortuna almeno ci hanno fornito una piccola clip di Deal Or No Deal, trasmesso sul canale americano NBC tutte le sere per un’ora a partire dalle ore 20.00. L’Affari Tuoi americano (ma va in onda pure su Channel4 in Inghilterra e su Seven in Australia) è servito. Ed è stata l’illuminazione.

Ribadendo l’idea che l’evirazione del game a vantaggio dello show destinato ai più piccini non mi sia mai piaciuta, soprattutto se avviene concisa in un programma di successo, che si prese il lusso di battere la fortezza Striscia per un anno intero, sono sempre più convinto che noi italiani siamo poco capaci a sfoderare progetti nuovi, ma estremamente duttili nel conformare alla tradizione tricolore i prodotti raccattati per il globo., quando magari faremmo meno danni se li riproponessimo nella loro veste originaria. E non si tratta di un semplice adattamento, ma di una totale rivoluzione, che non tocca fortunatamente – ci mancherebbe altro – l’ossatura essenziale del game show. Ma devasta tutto il resto, dall’atmosfera alla scenografia. E se le differenze tra le due trasposizioni erano già significative con il tocco di Bonolis ai pacchi, con l’arrivo della Clerici le divergenze con la versione americana del gioco dei pacchi sono enormi. A partire, dunque, dalla scenografia. Negli USA NON c’è alcun pacco, ma valigette in tipico stile americano, che strizza l’occhio al business in giacca e cravatta, emanazione formale del potere del denaro. Il concorrente piantato in piedi, valigetta appoggiata su una scrivania trasparente, al centro dello studio, su una passerella che divide le due parti del pubblico, che scendono ad arena. Davanti al concorrente, una platea riservata a simpatiche signorine in piedi, con la propria valigetta nelle mani, e di lato il widewall con la lista dei premi e l’offerta a caratteri cubitali che il Banchiere, l’Infame americano, riserva alla vittima. Luci soffuse, atmosfera tesa in stile Milionario, tensione palpabile, ma facilmente scomponibile con sorrisi e pacche sulla spalla da parte del conduttore, e annesso incitamento di parenti e amici a bordo campo, che gridano ossessi in un turbinio da tifo da stadio.

Sì, Deal Or No Deal è un game show a tutti gli effetti. Non c’è varietà, in palio un milione di dollari, roba su cui si scherza un po’ di meno che da noi. E’ un evento televisivo, un po’ come fu il Grande Fratello nella prima edizione. Sono gli eventi televisivi che si rendono cult, che fondano una comunità di tifosi, che dettano modelli e tempi. E l’eccitazione nevrotica del gioco rende elettrizante la visione da parte del telespettatore. C’è grande spazio alle offerte del Banchiere, che il conduttore Howie Mandel contatta periodicamente, e la grafica le colleziona tutte, in un sadico andamento delle occasioni perse dal concorrente che rischia la sorte e non accetta il compromesso di una controproposta estremamente calcolata (basta provare a partecipare virtualmente al gioco on-line e assistere alla configurazione aritmetica dell’offerta dopo la serie di valigette da scartabellare). E infatti non ci sono, tra i premi di serie B, oggettini da risata, animaletti impronunciabili o folli verdure, che la Endemol ha introdotto nella versione italiana. C’è il pathos, della scommessa di una vita, del successo o dell’amara delusione di aver beccato la valigetta sbagliata. E il banchiere è così popolare da avere il suo blog personale, nulla a che vedere con la rubrichetta che scriveva Pupo su QN nella sezione spettacoli. Ogni personaggio diventa divo, riconoscibile, determinante. E il programma diventa immediatamente cult.

Non che Affari Tuoi non sia diventato un programma cult anche in Italia, ma forse ha avuto una portata mediatica che si esaurita ben presto, dopo la prima stagione guidata impeccabilmente da Paolo Bonolis. Affari Tuoi era (forse lo è ancora) di Bonolis, plasmato dallo stesso conduttore, che vi ha impresso il suo solito marchio di fabbrica, già spiattellato nel dissacrante Tira & Molla. Un gioco indissolubilmente legato dunque a chi lo conduce, che paradossalmente lo spersonalizza dalla personalizzazione italiana data dalla Endemol. E così le valigette si tramutano in pacchi – dal business diventano 20, in onore delle regioni italiane, venti realtà che si alternano sul bancone della trattativa, ognuna con la propria storia, le proprie esperienze e la propria cultura regionale. Dalla tensione d’oltreoceano tagliabile a fettine, all’affabilità di una birrozza al bar, condita da un giro d’amico di eliminazioni di pacchi, con un salendo di pathos verso la fine del programma, quando le carte, pardon, i pacchi, vengono aperti e, in caso di rischio fino alla fine e del rifiuto dell’offerta proposta, si scopre il contenuto, dopo, naturalmente, almeno 5 minuti di siparietto estenuante di tira e molla che allunga l’ansia e scompiglia i nervi. Scenografia scarna, da paese dei balocchi, nulla a che vedere con la freddezza dei widewall e il completo giacca-cravatta del conduttore, molto più formale e istituzionale. E l’Infame da noi vieen infamato a sua volta, giocando con le provocazioni, mentre in America il banchiere non scherza nè si rende oggetto di scherzo, ma detta la propria legge, devasta colpevolmente l’aspettativa del concorrente e spersonalizza lui stesso l’andamento della trasmissione, algida ma eccitante al tempo stesso. Affari Tuoi, perdendo tutti questi "seri" connotati e adagiata ad una dimensione familiare, come detto si associa a Bonolis.

Chi lo ha succeduto, Pupo, ha cercato di scimmiottare il predecessore, fin dall’eredità di quel "scavicchi ma non apra" che s’è mutato in "spippoli ma non apra", quasi ci fosse la necessità di non spezzare la catena che lo legava a Paolo in quanto conduttore del medesimo gioco. Lo show, che faceva capolino con Bonolis ma che non intralciava con la sofferenza del concorrente, ora prende piede sempre di più: via con i jingles, ufficialmente sdoganati, pubblico non più solo schiamazzante ma dotato di microfono, notai e autori protagonisti di un’ancor più amplificata – ma televisiva – derisione. E il pubblico televisivo progressivamente si è staccato dalla monotonia noiosa, è riemersa dalle ceneri Striscia, il tracollo ha portato – più o meno ufficialmente –  alla nomina della Clerici. Che ha spersonalizzato la personalizzazione di Pupo, che aveva rafforzato quella rurale della Endemol, puntando le fiches su un’atmosfera disneyana, ilare e sontuosa, che strizza l’occhio ai fanciulli ma che denigra l’aspetto del game e la sua proverbiale enfasi. Che in America è ben visibile. Evidentemente era necessario cambiare strategia, un po’ come fece Ricci, proprio per affrontare lo strabordante appeal di Affari Tuoi, cambiando la rosa dei conduttori del tg satirico. Striscia forse se lo può permettere, poichè ha un’anima da varietà e intrattenimento, che emerge nonostante abbia i connotati dell’informazione, più facilmente plasmabile a discrezione delle novità. Ma un game-show forse no: un cambio continuo alla guardia debilita l’attenzione dello spettatore, che è costretto quindi continuamente a ripensare una trasmissione che era diventata cult, ma che ora si disgrega nella varietà personale del conduttore e nella ripetitività della struttura del gioco, più deleteria dell’impostazione rigida americana, poichè si scontra con l’estro di chi comanda il gioco. Né i fiocchi di Minnie né il battibecco da screzi di famiglia con l’Infame riporteranno Affari Tuoi a nuovi lustri. Non vorrei prendermi querele, ma se in Italia fosse arrivata la versione algida originale del format, forse sarebbe stata un’altra storia: la potenza del prodotto era immane, ridurlo entro i confini sociali dell’immaginario italiano la ha fortemente smantellata.

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