LA FICTION DECADENTE E QUEI TELEFILM MALTRATTATI


Leggo da Il Messaggero di ieri, martedì 18 aprile 2006, che la Rai avrebbe improvvisamente cancellato l’intenzione di produrre la quarta serie dello sceneggiato in costume Orgoglio, proprio quando ormai sembrava imminente l’inizio delle riprese, con annessa anticipazioni di trame e nuovi personaggi spifferati dalle riviste televisive. E così una ventina di personaggi saranno eliminati in un colpo solo, tolti dal palinsesto serale di RaiUno, forse a causa del recente flop del terzo capitolo di Orgoglio che, nonostante avesse battagliato la domenica con Amici riuscendo non poche volte a spuntarla in prime time, ha vistosamente perso il forte appeal di pubblico che permise alla rete ammiraglia Rai di segnare record d’ascolto a ripetizione. Un calo evidentemente troppo forte da sopportare e che ha costretto i vertici Rai a rimettere a posto fari e costumi per evitare a priori un’ulteriore fuga del pubblico. L’esempio di Elisa Di Rivombrosa 2 è lampante: dopo aver fatto gioire Canale 5 con la prima serie, la seconda, sempre prodotta da Cinzia Th Torrini, non ha però dato i risultati sperati, finendo addirittura schiacciata dagli episodi replicati del Commissario Montalbano. Forse, in questo caso, una zavorra inprescindibile si è rilevata l’uscita di scena prematura ed ampiamente anticipata dai media del conte Fabrizio Ristori (interpretato da Alessandro Preziosi), che si portava dietro un forte manipolo di pubblico femminile. Nonostante la battuta a vuoto, Mediaset comunque ha dato l’ok per la terza serie, che in realtà affronterà una profonda ristrutturazione. Via Vittoria Puccini, che sconta i postumi della maternità, addio mantenuto al conte Ristori, e spazio aperto per i figlioli di casa Ristori, che firmano anche il nuovo titolo della saga, Rivombrosa, Agnese e Martino. Ciak pronto in Bulgaria per uno sceneggiato che in un botto evolverà di dieci anni. Se quindi la Rai ferma il secondo sequel di Orgoglio, Mediaset non desiste, ma punta sull’evoluzione della fiction capostipite, cercando di innovarne i contenuti e la sceneggiatura, nella speranza di ripartire in quinta con il genere fiction su cui entrambe le aziende hanno in questi ultimi anni puntato molto – e non a caso Agostino Saccà, al comando di RaiFiction, ha annunciato di aver portato a 300 milioni il budget per realizzare 800 ore di sceneggiati, con un incremento di 60 milioni rispetto all’anno precedente. Non si sa ancora di preciso cosa verrà costruito, ma rimane il fatto che la partnership con le emittenti straniere come HBO e BBC, con le quali RaiFiction aveva realizzato Rome, dai deludenti risultati d’ascolto su RaiDue, non abbia finora sortito le doverose aspettative.

Dall’altra parte della barricata, Mediaset continua a puntare su un genere che ha comunque dato gioie a Cologno Monzese, a partire dalla doppia serie di RIS – Delitti Imperfetti (anche se la seconda serie in calo rispetto al boom della prima, nonostante avesse battuto più volte Orgoglio), senza contare le altre produzioni TaoDue e l’exploit inaspettato del commissario interpretato da Diego Abatantuono. E’ indubbio che il genere fiction in Italia attecchisca ancora tanto, ma è altrettanto evidente che la fiction in costume non attira più come prima. E l’esempio più fresco giunge dalle difficoltà di ingranaggio di Questa E’ La Mia Terra, sceneggiato restaurato all’età del Fascismo, che non supera neppure il 20% di share la domenica sera, nonostante le belle presenze di Roberto Farnesi e Kasia Smutniak. Eppure l’exploit di Cime Tempestose su RaiUno, come sottolinea Micaela Urbano nell’articolo, con i suoi 10 milioni di telespettatori incollati al video sembra sfatare questa preoccupazione. Eccezion fatta per il formato con il quale la fiction è andata in onda: due sole serate. E non sette o otto, se non di più. In due sole serate la fiction si concentra e permette un’operazione di presentazione e pubblicizzazione da prodotto-evento, come accadrà per le due puntate di Papa Giovanni Paolo II, a maggio su Canale 5 nell’ultima parte della sua esistenza.

Sta soltanto qui, nel prolungamento esasperato delle vicende, la causa di un preoccupante distacco del pubblico dai prodotti a lunga serialità? In questa ottica, troverebbe conferma la disaffezione del pubblico italiano in dose massiccia nei confronti dei telefilm americani che in questi ultimi anni hanno fatto impazzire mezzo mondo. Non hanno d’altronde nulla da invidiare alle produzioni nostrane, nonostante il marchio americano, anzi: fideizzano lo spettatore, lo conducono continuamente nelle vicende, giocano con le varie puntate, etichettandole in una certa maniera e strutturandole come se si trattasse di una soap-opera, beninteso nella capacità di suscitare la forte attesa di seguire il prosieguo dell’episodio appena conclusosi. Il telefilm, così, appare molto più forte di una qualsiasi fiction tradizionale – che non sia monografica di personaggi particolari, come appunto il Papa scomparso. Il problema, purtroppo inconcepibilmente insormontabile, è la poca malleabilità dei dirigenti delle due aziende, Rai e Mediaset, che trattano ancora il prodotto telefilm con reticenze inspiegabili, dirottandolo in orari e giorni assurdi, distruggendo la naturale consequenzialità degli episodi, o collocandone tre o quattro di fila pur di sbarazzarsi al più presto di un fardello che, se paragonato alle spese folli per realizzare una fiction in costume, vale – economicamente – quanto un leccalecca comprato in tabaccheria. Una spesa irrisoria, per un ottimo risultato – e Lost, ora su RaiDue, mostra tutta la sua potenzialità. Ma ancora nessuno vuole accorgersene, etichettando l’exploit come assolutamente passeggero, e continuando a privilegiare la tipica produzione all’italiana, oltre naturalmente alla tradizionale affezione del pubblico verso i temi tipicamente nazionali, anche a livello di personaggi. La notizia del ciak previsto per la fiction che ritrae la storia dell’ex latitante Bernardo Provenzano dimostra ancora una volta quanto si prediliga in Italia la costruzione dei miti da visione, oppure pensiamo allo scimmiottamento versione italiana delle Desperate Housewives, le 4 casalinghe disperate che troveranno presto i propri (ridicoli?) riflessi tricolori nel progetto a firma di Rita Rusic. No, non si vuole intraprendere la strada dell’innovazione, né si vuole puntare su nuovi generi di fiction capaci, e i risultati ogni tanto si vedono, di realizzare concretamente quelle grandi aspettative che non soltanto le fiction in costume detengono, anche inconsciamente.

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