A PRIMA VISIONE // "COMEDY CLUB", LA COMICITA' NON E' DEVASTANTE. MA TUTTO IL RESTO…


Far ridere in televisione è diventato un mestiere sempre più difficile. Vuoi perchè sono caduti i vecchi guru della risata, vuoi perchè oggi la comicità è mordi e fuggi, usa e getta, più facilmente fruibile se assimilabile ad un tormentone di sicuro riconoscimento sul quale imperniare altre gag, vuoi perchè pure il pubblico che consuma la comicità – quello da tv, per intenderci – si è abbassato forse un po’ troppo e preferisce una satira immediata e dalla risata garantita piuttosto che stabilizzare il cervello sulla sottile e non sempre coglibile ironia, certo più di classe, ma maggiormente dispersiva, oltre che dispendiosa. E Comedy Club, che ha esordito proprio ieri sera in prima serata su Italia 1 – qui la nostra pre-visione dedicata -, condotto dalla rientrante in Mediaset Federica Panicucci, si è trovato fin da subito davanti al dilemma prestigioso: riusciremo a far ridere il pubblico di Italia 1? Una missione impegnativa, senza dubbio, caparbia e avvincente, che non poteva prescindere dal solito vippame quotidiano e declinato in tutte le salse: prendi un personaggio famoso, fallo far ridere e speriamo che il pubblico non tiri carciofi. E naturalmente prendi la materia prima – e grigia: i comici nostrani, meglio se anni Ottanta, con il sapore di rugiada ancora fresco, per istruire i famosi sull’arte della risata e per gettarli sul palco speranzosi di strappare almeno un sorriso.

Il peso della vecchia e forse superata generazione anni Ottanta in realtà non si è fatta sentire più di tanto. Certo, la comicità ruota più o meno sugli stessi temi, dall’attualità al discorso sessista, senza naturalmente dimenticarsi del sempre valido sprofondamento nella voragine del mai domo doppio senso – ma d’altronde non ci aspettevamo chissà cosa, i comici non erano di primo pelo e non erano neppure quelli di Zelig, più dinamici, freschi e vicini al pubblico, e sicuramente avrebbero maggiormente contribuito alla realizzazione di un prodotto più giovanile e che i giovanissimi avrebbero gradito di più. Insomma, Jerry Calà, Marisa Laurito, Gasparre & Zuzzurro: repertori stantii, mentalità della comicità e modo di porsi ancora legati al passato e, come era temibile, non immediati – Andrea Roncato d’altronde a Il Giornale aveva puntualizzato: «In questo show si vogliono insegnare sketch e non tormentoni». Per fortuna che ha puntualizzato. I vip, nel loro complesso, non se la sono poi cavata tanto male. Molto esuberante e spigliata mi è sembrata Serena Garitta, che ha giocato col suo estro sbarazzino proponendo un pezzo scritto con Jerry Calà, strappando qualche risatina. Il più impacciato è stato senza dubbio Antonio Rossi – le gag condite del doppio senso ormai sono tremendamente out -, insieme con Alessandro Cecchi Paone, che neppure Marisa Laurito ha saputo comicizzare, e da ridere c’era in effetti davvero poco. Discrete le prestazioni di Syria e Giovanna Civitillo, discutibili quelle di Maurizio Margaglio e Barbara Fusar Poli, poco efficaci in un duetto smorto vivacizzato dagli sguardi acuminati che li hanno resi ormai celebri e ripetitivi – gli occhi della Fusar Poli su Margaglio al termine della prestazione con annessa caduta alle Olimpiadi nel pattinaggio su ghiaccio sono entrati nell’immaginario collettivo e a tutti gli effetti assumibili nel reparto gags. Insomma, era prevedibile che non ci sarebbero stati morti dal ridere, comicità a tratti sottile, a tratti urticante, ma complessivamente strappa-sorriso, almeno quello. Se gli autori cercavano la risata a crepapelle, credo abbiano sbagliato attori e comparse. 

Sicuramente sottotono la conduzione di Federica Panicucci, rigida nel suo ruolo istituzionale – il parallelismo con Notti Sul Ghiaccio è evidente sia nella postura e nei gesti della Panicucci, che strizza l’occhio a Milly Carlucci, sia nelle finestre stile reality sul dopo-prestazione, a caldo, dietro le quinte – e incapace di regalare al pubblico verve e spigliatezza, rimanendo immobile e poco malleabile, tanto che erano i comici stessi a reggere il gioco, se non per quanto riguardava il lancio continuo del televoto. Il costante richiamo alla salvaguardia telefonica del proprio comico-vip preferito spezzava la scorrevolezza dello show, dai chiari momenti morti e ravvivato sporadicamente da qualche intuizione di genio, come la valletta – su cui già impazza nella blogosfera il toto-identità – che, custodendo i verdetti nel taschino dell’abitino succinto, ha regalato al telespettatore attento una tetta discinta, strusciandosi ad un vecchietto che ha sicuramente apprezzato le procaci forme, oppure gli inframezzi musicali – che stringono l’occhio agli stacchetti di Parla Con Me della Dandini su RaiTre – che cercavano di rallegrare l’atmosfera. Prescindendo dall’impossibilità di mettere mano al pacchetto dei comici vecchia data, non attendiamoci sorprese folli sul piano della risata, e neppure forse sui progressi dei vip comici in erba. Se Comedy Club rimarrà in vita – come sempre, l’Auditel è re padrone delle scommesse di palinsesto – rimettete in vita la Panicucci, riempite gli spazi morti, rendete più dinamici gli intermezzi tra un comico e l’altro. E poi, uno studio di più grande respiro non era possibile? Mortificante. A Mediaset sperano che non lo siano gli ascolti. E comunque, sinceramente, in tv abbiamo visto molto di peggio.

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