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LA7 REINTEGRA IN TV DANIELE LUTTAZZI. MA NON E' LA RAI AD INTERROMPERE IL SUO ESILIO

Evviva, è ritornato. Anzi, lo hanno fatto ritornare. Fine della polemica, la reintegrazione così agognata e sofferta spazza via i malumori. Daniele Luttazzi torna ad essere un uomo libero, reindossa il costume d’artista satirico che non guarda in faccia nessuno, riemerge dall’oblio condito dalle polemiche vestite da frecciate per ristabilirsi in pompa magna in tv. E peccato se invece che passare dal portone principale si deve approfittare di un pertugio sul retro. L’importante è risalire sul palco mediatico, basta che lo regga a sufficienza. Il palco è quello piccolo ma caloroso di La7, l’impresario all’occorrenza è il direttore Antonio Campo Dall’Orto. Che ha senza dubbio fatto un’opera pia: spezzare il buio che circonda Luttazzi, rivingorendo il suo ego e nutrendolo proprio con bocconi succulenti di televisione. Da ottobre l’artista epurato da Berlusconi avrà a disposione dieci seconde serate per dare vita ad una sorta di one-man show, dove avrà praticamente carta libera su tutto, da quello che potrà dire a quello che potrà fare. «Avrà la stessa libertà di tutti gli altri suoi colleghi» concorda Dall’Orto, salvo poi specificare che «sono loro a decidere e ad assumere le responsabilità di quello che portano in video». Come dire, io recito da salvatore della patria, poi per eventuali conseguenze vedetevela tra di voi. Anche se la paura di querele non sembra spaventare nessuno. «Negli anni ne abbiamo prese – precisa Dall’Orto – ma non siamo stati mai condannati».

Ma poi, pensandoci bene, chissenefrega delle querele. Ora solo champagne, prego, si deve brindare al ritorno di Luttazzi. Che per troppi suona come maledettamente ritardato, e soprattutto in un contesto meno indicato per riadditarsi come sbattitore delle coscienze. La7 non è mica la Rai, vuoi mettere? Però il convento al momento sta passando questo, ed è sempre meglio mangiar qualcosa che rimanere a digiuno. La succulenta portata offerta da Sky era andata a finire male, e stavolta l’occasione è un po’ più ghiotta per non essere afferrata, a dispetto delle reali aspettative. «Infatti io credevo che Luttazzi sarebbe tornato in tv solo a patto di essere reintegrato in Rai – prosegue il direttore di La7 – Invece, quando ho visto che la Rai non si decideva, l’ho invitato ad entrare nella nostra squadra», in una rete dove si appresterà a realizzare un programma definito dallo stesso artista «innovativo, ci sarà da divertirsi», e in molti sospettano che spizzicherà molto dal suo repertorio teatrale. Il Barracuda Tour non l’ha tenuto certo disoccupato, benchè a più riprese faccia notare quanto la tv lo renda tale: è quel vizietto dell’onnipotenza televisiva, che dilania chi non partecipa ai meccanismi catodici, subendone l’esclusione come annullamento totale del proprio lavoro. Ora Luttazzi ottiene ciò che voleva, e che chiedeva da sempre: il suo (meritato?) spazio in televisione, sostanzialmente per dire quello che vuole senza freni e senza limiti. Agitando se possibile il sacro precetto della libertà di espressione. Fin dove sia lecito, è tuttora ignoto. Ma tanto basta per incassare i primi attestati di stima. Il primo che alza la mano è giustamente Michele Santoro, anche lui reintegrato in tv dopo anni di malcontento lontano dalla tanto amata telecamera. Del ritorno a tutti i costi degli epurati ne aveva fatto una crociata: proprio con questa invocazione esordì nella prima puntata di Annozero su RaiDue. Non sarà la Rai, è La7, ma basta disprezzare. «L’importante è che si sia rotto quel blocco di sistema che impediva a Daniele di tornare su qualunque rete – dichiara trionfante l’ex parlamentare europeo -. Solo un anno fa sembrava impossibile perchè Berlusconi condizionava tutto il sistema. Il cambio di governo ha avuto un effetto positivo». Ci risiamo con Berlusconi, argomentazione sempre molto gettonata per condire con striature di veleno effervescenti proclami. La vicenda del famigerato editto bulgaro, che sarà stato magari anche becero, ma ha amplificato quegli eccessi morbosi che Luttazzi sfoggiava a Barracuda, rosicchiato da una frenetica attenzione ad una rivincita politica – gli attacchi contro l’ex premier non mancavano di certo – lo aveva tolto di mezzo. Per qualcuno è andata meglio – Santoro e Biagi sono ripiombati in Rai -, per qualcuno peggio – vedi i Guzzanti. Luttazzi espia forzatamente le colpe per un periodo maggiore, ma anche lui riguadagna l’agognato accesso in tv. «Luttazzi non è pazzo – ci tiene a precisare Dall’Orto – e ha già pagato a sufficienza per quello che ha fatto». Macché pazzo, Luttazzi: è intelligentissimo, abile come nessuno. Perchè mai si dovrebbe accontentare di essere stato rieletto nell’olimpo catodico, quando la scommessa è di appartenere alla Rai? Intanto ha accettato il contentino. Ma il ritorno a Viale Mazzini è l’unico obiettivo, perchè bisogna per forza fargliela pagare, a Berlusconi, che ha utilizzato proprio la Rai per bastonarlo con suprema autorità. Sai che goduria, ritornare in casa del nemico, finalmente rinfacciare «il sopruso prepotente di un vigliacco che si è fatto forte del suo potere e dei suoi soldi», confida l’artista ad A. Dimenticandosi che a Mediaset, la roccaforte di Silvio, militò con successo prima di diventare l’uomo polemico di oggi. Ma in fondo non importa a prescindere se a qualcuno non possa piacere, questo Luttazzi. A nessuno può essere negato il diritto di discorrere a suo modo e a suo dire. E’ per questo che ancora in molti lo temono: hanno paura delle sue scatenate briglie sciolte. E finchè potevano, le hanno tenute legate. «A differenza di altri che in questi anni hanno continuato tranquillamente a lavorare in Rai (e chi, visto che i compagni di sventura sono stati reinseriti dopo tempo e difficoltà? ndb), non ho mai chiesto aiuto ai politici» rimarca Luttazzi, che sa bene a che santi votarsi: Grillo, i Guzzanti, tutta gente che sta scontando il fatto di avere le gambe tagliate da qualcuno che li odia per benino. Non che Daniele risparmi frecciate acuminate: in un’intervista a La Stampa, aveva avuto da dire su tutti i personaggi principali del tv-biz, da Fiorello a Bonolis, da Gnocchi a Fabio Fazio, anche se ora precisa di aver «soltanto riferito quello che loro hanno detto di se stessi».

D’altronde lui non è un conduttore, è un artista di satira. Sai, la satira, roba scottante ma pregiata. Lo ribadisce in un simil-monologo di due colonne che il quotidiano Repubblica gli offre, ricopiando l’intervento fatto dal comico ad Articolo21. Due colonne a ruota libera, dove si rimarca l’importanza vitale della satira, che «per definizione è libera e può rovinare l’immagine edulcorata che i politici vogliono dare di sè». I politici sono sempre di mezzo, e anche la religione, vuoi mettere i soprusi della Santa Sede, pensa solo a quante ne avrebbe potute dire se fosse stato in video quando scoppiò il caso dei preti pedofili. «In questi sei anni ho rifiutato diverse proposte da emittenti satellitari proprio perchè per loro sarebbe stato un problema affrontare satiricamente temi come la politica e la religione» spiega ora rasserenato, perchè su La7 finalmente «avrò carta bianca, niente controlli, come è giusto che sia, la satira controllata che satira è?». Evidentemente non si è mai posto il problema di individuare il confine tra satira e offesa. Guai a chi lo ferma. Ora che è pronto a riappropriarsi dello spazio tagliato su misura per cantarle a chiunque. E ci scommette che molti attendano soltanto questo momento per gridare alla giustizia. «Grillo e i Guzzanti farebbero ascolti enormi» presume con quella ritrovata carica, che lo abbandona anche a ragionamenti affatto scontati di audience. Anche qua, però, senza considerare che c’è altrettanta gente che si tiene alla larga dall’osannare le sue libere sparate. Però quelli si chiamano traditori, gente contro la satira pura e cruda, contro la libertà di espressione. Molto facile da dirsi. Ma anche un ammasso di vacuità, questa satira, fatta di sberleffi prolungati da agitare a più mani per mettere i colpevoli con le spalle al muro, almeno teoricamente. Ma la satira ha armi deboli, non cambia nulla, non risolve le cose, non propone soluzioni, usa la tecnica del paradosso per suscitare coscienze, inviti che cadono prontamente nel vuoto. Certo, libertà di espressione. Peccato che a livello pratico nessun proclama si traduce in azioni concrete: basta a rafforzare il proprio ego, un’esperienza orgasmica che non supporta bendette interferenze.

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L'ADDIO DI BISCARDI ERA UN ARRIVEDERCI. TORNERA' IN PISTA IN TEMPO PER I MONDIALI?

L’addio dovrebbe tramutarsi rapidamente in un arrivederci. Le dimissioni di Aldo Biscardi da La7 e la cancellazione dello storico Processo, avvenute due giorni fa e capaci di mandare in subbiglio la redazione sportiva delle rete, a meno di 20 giorni dall’inizio dei Mondiali di Calcio di Germania 2006, possono essere meno terribili di quanto si creda. Al diavolo i commiati, i saluti lacrimosi: per il lungimirante Processo di Biscardi si prospettano ancora altre primavere. Lontano da La7, of course. E’ già infatti partita la gara al rilancio per accaparrarsi la più famosa e bistrattata tribuna calcistica della tv italiana, naturalmente al termine dell’inchiesta che vede implicato pure l’Aldone per conversazioni bollenti con l’ex dg Moggi, che riguardavano pure la sua trasmissione, dalle moviole taroccate al televoto falsato. Una volta dimostrata l’effettiva innocenza dello storico giornalista – e sperando pure che questo avvenga in tempi brevi, e soprattutto prima del kick-off dei mondiali tedeschi – il ritorno in tv di Biscardi si può prefigurare.

Secondo quanto riporta oggi il quotidiano Libero, sono già pioviute offerte di ingaggio da parte di Sky, Mediaset, Rai e il gruppo Telelombardia-Antenna Tre – quella in cui il settore sportivo fa capo, per intenderci, a Fabio Ravezzani. E non soltanto e necessariamente per la prossima stagione televisiva, ma addirittura fin dal 9 giugno. L’offerta più succulenta ed immediata è quella dell’editore Sandro Parenzo, patron di Telelombardia, che avrebbe clamorosamente intenzione di far albergare il Processo Ai Mondiali, originariamente destinato a La7 nel palinsesto estivo, nella propria programmazione, che si appoggia anche su una miriade di piccole emittenti televisive leader negli ascolti dei rispettivi bacini di utenza. Una diffusione non propriamente nazionale, quindi, ma altrettanto capillare, e il rapporto con Fabio Ravezzani pare idillico. Questa proposta affianca quella di Odeon Tv, altro parco di emittenti regionali, che secondo La Repubblica pare la candidata numero uno per ospitare il Processo

Pure Rai e Mediaset hanno pensato a ripiegare su Biscardi: l’azienda di Viale Mazzini darebbe al Processo RaiTre, Curzi e gran parte del CDA sarebbe entusiasta di riavere in casa la tribuna calcistica, dopo averla persa a favore di Telepiù una decina di anni fa. Mediaset invece, specularmente alla concorrenza, avrebbe messo sul piatto Rete 4, che ha cresciuto il suo bacino di affezionati sportivi con le partite della Champions League, oltre – pare, però senza conferme – a ipotizzare la sua conduzione nel pacchetto Mediaset Premium, personaggio degno per il salto di qualità della struttura digitale terrestre. Ma forse la proposta più accessibile, meno vincolante e immediatamente effettuabile è quella di Sky, già nell’orbita Mondiale: l’apporto di Biscardi sarebbe la ciliegina sulla torta, dopo l’ingaggio della Gialappa’s che commenterà le partite in un canale tutto loro. La7 rimarrà spennata: Pastorin, appena subentrato a Biscardi e riunita la redazione alla ricerca di lumi plausibili per affrontare i mesi a venire da zero, pare sia intenzionato ad uno scarno magazine quotidiano sui Mondiali, ma è chiaro che l’assenza di Biscardi, emblema e simbolo della rete marchiata di sport, sarà pesante.

Per ora Aldo Biscardi non vuole dire la propria sulle indiscrezioni che lo riguardano, anche se pare che vuoterà una buona parte del sacco in un’intervista a Panorama in edicola domani. Ma i Mondiali iniziano il 9 giugno, i giorni scorrono veloci e il tempo si accorcia. La reintegrazione in televisione ha le ore contate.

ALDO BISCARDI DICE ADDIO AL "PROCESSO". E ORA LA7 SPORT E' IN SUBBUGLIO

Dopo il botto, la polvere. Aldo Biscardi conclude trionfalmente la 26esima edizione dello storico Processo su La7 con dati Auditel record (1.500.000 telespettatori e il 6,60% di share). Ma contemporaneamente si chiama fuori dal futuro che pareva ormai imminente e che pare non lo riguarderà. Il simpatico giornalista, infatti, ieri ha deciso di sospendere la propria collaborazione con La7, alla luce soprattutto dello scandalo intercettazioni telefoniche di Calciopoli che lo vedono suo malgrado in mezzo. Nonostante quasi un’ora e mezza dedicata, lunedì sera, allo scagionamento da iliazioni e accuse che investivano la storica trasmissione, specialmente nella realizzazione della SuperMoviola, con la quale il giornalista Pellacani e l’ex arbitro Baldas analizzavano con l’aiuto della tecnologia virtuale gli episodi più controversi del campionato, stabilendo millimetricamente colpe e sviste arbitrali, ieri è arrivato l’addio. Un addio che, a quanto afferma Roberto D’Agostino su DagoSpia, sia stato supportato dai piani altri della rete Telecom e veicolata sia dal patron Tronchetti Provera, risentito per le macchinazioni Moggi-Biscardi ai danni della sua Inter, sia dal direttore di La7 Antonio Dell’Orto, che mal digeriva la presenza della trasmissione calcistica nel palinsesto, pur lodandone i risultati.

La magistratura naturalmente dovrà ora dipanare la difficile matassa, indicare colpevoli e innocenti, e di certo, nonostante la volontà di Biscardi e della sua redazione di dimostrare in diretta fermamente la propria estraneità allo scandalo, la posizione del Processo e dei suoi uomini è molto ardua, così da deciderne l’archiviazione. E ad aggravare lo stato ansiolitico di Biscardi ora spunta, dopo la moviola taroccata, anche il televoto taroccato, secondo quanto riveli l’ex direttore generale della Juventus Moggi che da qualche giorno sta vuotando il sacco. Il pubblico che telefona per votare spende anche dei soldini e anche questa annosa situazione provvederà a rimarcare le difficoltà di scagionamento del giornalista.

Non vi tedio con il comunicato stampa dell’addio firmato da Aldo (che trovate su TGCOM e sull’home page del sito della trasmissione). Piuttosto ora, con l’arrivo imminente, tra 20 giorni, del mondiale di Germania 2006, a La7 occorre una frenetica riorganizzazione di palinsesto, di energie e di programmi per affrontare l’evento sportivo dell’anno. Telecom Italia Media ha già messo la direzione sportiva nella rete nelle mani di Darwin Pastorin e ora ci si deve preoccupare di come rimpiazzare il previsto appuntamento quotidiano del Biscardone, che ogni giorno avrebbe seguito i Mondiali con un Processo ad hoc, ed ora rimasto sospeso. La redazione e il comitato di redazione infatti in una nota sottolineano «con preoccupazione l’urgenza assoluta di chiarire in tempi rapidissimi quale sarà l’impegno e la programmazione tv di La7 e La7 Sport/Digitale Terrestre per l’evento sportivo dell’anno». Pastorin ha incontrato oggi la redazione e domani i giornalisti di La7 si riuniranno in assemblea cercando di delineare le nuove linee guida. E il futuro non è affatto roseo: se si riuscirà a stilare un prospetto di programmazione, rimane l’alone di professionalità e rigore di un gruppo di giornalisti che per ora si è venduto al potere, in attesa di ulteriori smentite e dimostrazioni di innocenza.

L'INVASIONE (DI) BARBARA

Avrà pure 21 anni, sulle spalle un cognome anche visivamente imponente, un paparino ex (?) premier, ma le idee le ha abbastanza chiare. Barbara Berlusconi, la primogenita del famoso Silvio e Veronica Lario, è partita a razzo quando Daria Bignardi l’ha messa a sedere nel tavolino delle Interviste Barbariche, il momento più atteso della trasmissione del venerdì sera di La7. Un’intervista in simil-ruota libera: la conduttrice delle Invasioni Barbariche imbecca con domande travestite da elementi di conversazione amena la figlioletta prediletta, che ne ha per tutto, dalla cultura alla società. Se da una parte possono suscitare facili clamori le sue prese di posizione in appoggio a pacsmatrimoni gay e sul rapporto precario con la fede, temi comunque vicini al centro-sinistra, che non certo la dovrebbero spingere a votare Forza Italia, il partito del paparino, come invece ha fatto per rigore familiare, in ambito televisivo non sono certo rimaste inosservate le sue sparate a zero su due emblemi dell’azienda di famiglia, Mediaset, ora in mano al fratellone Piersilvio. Tutto questo condito di incantevole naturalezza.

Imbeccata da Daria Bignardi, che le chiede a bruciapelo quale trasmissione delle reti di famiglia non farebbe vedere ai propri ipotetici figli, parte la prima sparata: «Buona Domenica. E i reality». Così, a bruciapelo, distrutti due fortini dell’aziendona ora del fratellone. Trafitto Costanzo, paladino del trash domenicale, in un millisecondo, e destituito di approvazione catodica il genere televisivo che da 6 anni a questa parte ha rivoluzionato il modo di fare televisione, proprio a partire da quel Grande Fratello che nel 2000 sconvolse ma al tempo stesso sbanco gli ascolti di Canale 5. Pure il Bagaglino, la comicità più frivola ma da qualche tempo spuntata, non incontra i favori della piccola rampolla.

Un attacco (inconsapevole?) bello e buono, che forse io mi sarei ben guardato dall’effettuare, poichè, nonostante si possa finire facilmente tacciato di bieca ipocrisia, ci sono sempre interessi, reputazioni e immagini da salvaguardare. Non che abbia sparato completamente a zero, maledicendo l’impero televisivo della famiglia, ma di certole sue considerazioni non cadono nell’oblio. E conclude, negli stralci riportati dal Corriere (dal cui sito traggo le foto), che «ci vuole buon senso nell’uso del mezzo televisivo». Evidentemente qualche cosuccia la modificherebbe volentieri. Per carità, lodo Barbara per il coraggio dimostrato nel remare contro e per la volontà di non piegarsi alla solita e formale dichiarazione d’ampollosità: meglio una verità piena che una mezza bugia. Fatto sta che rimane sempre l’azienda di famiglia. E non mi stupirei se al rientro in fortezza le avesse tirato un po’ le orecchie.

LA TERRIFICANTE DEVASTAZIONE DEL SOGNO DI ESSERE GENITORE

Mi stupisco perchè nessun genitore ogni tanto non prenda a frustate il proprio marmocchio affiliato a Satana. O marmocchi, se il diavolo si incarna contemporaneamente in due monelli, che magari vivono proprio sotto lo stesso tetto e scatenano le proprie ire funeste sull’altro inconsapevole adepto della setta dei capricci. Ok, non sono ancora genitore. Evidentemente non so neppure che cosa voglia dire sobbarcarsi l’infausta gestione di due o tre figlioli pestiferi, capaci di fare pipì in giardino, di traforare mobili armati di trapano, di arrampicarsi su per i mobili, per poi atterrare, dopo il salto alla cieca, sulla schiena del fratellino di torno. E, di fronte alle distruzioni comportamentali dei propri figli, ci sono i genitori. Accondiscendenti, affranti, arresi. Uno scenario terrificante. Inizio ad aver paura a dover diventare prima o poi un genitore.

Il docu-reality che da ormai un mese e mezzo va in onda nella seconda serata de La7, S.O.S. Tata, illustra con sagace impegno, a fronte di un intento nobile quanto rischioso come quello dell’educazione a domicilio, quello che può accadere quando la vita famigliare sfugge di mano, quando trionfa la rassegnazione di fronte al capriccio e l’insoddisfazione di aver fallito come genitore. Le famiglie che si susseguono, ormai al limite della degenerazione mentale, sono costrette così ad affidarsi ad agenti esterni, che, perchè esterni, riescono a rivelarsi un’autentico toccasana. Anche se poi, in fondo, il copione ad ogni caso si ripete con modifiche minime. Sta alla tata di turno riportare l’armonia, rinfondere fiducia in una famglia dominata dalla sovversione infantile e di colpo e con successo ristabilita nelle sue profonde gerarchie. Il bambino più dispettoso torna ad essere docile, egemonizzato dall’affiancamento con le figure genitoriali, che riprendono fiducia e sostengono i figlioletti nelle proprie attività ludiche. Non a caso, infatti, i genitori, spaventati dalla propria inverosimile inadeguatezza di genitore, hanno paura di qualsiasi contatto con i figli, non riescono a stare loro accanto, non riescono a progettare un’attività comune, e preferiscono, loro malgrado, sottostare ai ricatti e farsi delegittimare dai capricci. Alla fine, il demonio sembra scacciato, la tata di turno, col mantello da eroe e scudo anti-proiettili, vince sui demoni e riporta la vita in famiglia. Bel lieto fine, con una lettera di saluto in calce per strappare le ultime lacrime, e via alla centrale delle tate. Ecco, si suppone che il futuro rimanga roseo così come era diventato, una volta conclusa la missione. Magari sarebbe interessante fare un Dopo l’intervento, per vedere davvero se l’orfine promosso sia stato mantenuto, o se il demone del figlio impazzito si sia riesumato e tornato in circolo. Trionfa il lieto fine, ma a che prezzo?

Quello che spaventa è l’incapacità di gestione da parte dei genitori. Ed è un aspetto fortemente traumatico, specialmente agli occhi di chi in un futuro più o meno prossimo ricoprirà quello stesso ruolo, di madre o padre. Si profila uno scenario di guerra, apocalittico, così come lo si osserva dalla tv, con solo due possibilità di soluzione: la rassegnazione alla passività o lo sfruttamento della forza. Ma in entrambi i casi, in una società votata allalla fugacità dei rapporti, alla precarietà di un costante attaccamento ai figlioli, lasciati in balia di tate, nonni o televisioni e alla mancanza di punti di riferimento stabili come regole o ruoli all’interno di un nucleo famigliare, le speranze di uscire vincitori sono ridotte.

Colpa della televisione? E’ evidente come il mezzo televisivo, nell’ultimo decennio, abbia strutturato i comportamenti e le aspettative del piccolo pubblico, semplicemente perchè li copia e li risputa in formato pixel. Mentre osservavo (come la Tata nei primi due giorni di appostamento) i comportamento dei marmocchi di turno, notavo come i bambini guardassero spesso la telecamera del cameraman, che a sua volta osservava le marachelle: come se ci fosse un sordido effetto di protagonismo, che ampliava la preoccupazione che scaturisce dalle perversioni infantili dei monelli. Tutto questo crea, inevitabilmente, un forte senso di frustrazione ed angoscia a colui che si appresterà appunto a diventare genitore. La tv come fonte di legittimazione delle azioni, dunque. Ma è solo questo?

La colpa è dei genitori? O è la società a dover essere crocifissa? Nell’intercambiabilità di ruoli, posizioni e protagonisti, nella continua multiconnessione di cause, conseguenze e azioni, pare sempre più difficile la definizione di una via d’uscita. Che salvi, prima di tutto, il bambino, e poi il genitore del nuovo Millennio. La società non si può cambiare, l’evoluzione difficilmente si controlla, ancor più difficilmente la si sovrasta. Rimane la televisione, che oggigiorno ci illustra ma ci fa paura, prova a salvare ma al tempo stesso umilia, comtemplando e purtroppo mescolando barbaricamente codici e modelli diversi. Le famiglie sull’orlo della crisi hanno tentato la carta televisiva, senza altra scelta loro plausibile. Hanno cercato l’amplesso mediatico forrnendo loro la merce del programma. Non era più facile (e più rassicurante) affidarsi ad un psicoterapeuta piuttosto che sbandierare la propria inconsistenza di genitore (e, annessa, incontrollabilità dei figlioli) al mondo catodico intero? Rimane indelebile, ad ogni modo, il proprio fallimento. Tristemente, è la tata ad uscire vincitrice, non certo la famiglia.

FLAVIA VENTO E LA POLITICA DA SPETTACOLO

Non vorrei di nuovo ridurmi (ci hanno già pensato, a loro tempo, i giornalisti) a blaterare per conto di Flavia Vento. Ma da quando ha voluto caparbiamente intraprendere una fulgida carriera politica, dilettandosi su un’altalena tra gli opposti schieramenti politici, non posso fare a meno di dire due parole. Dopo gli strafalcioni pronunciati con squilibrante innocenza ad un comizio della Margherita (enfatizzate puntualmente da Striscia La Notizia), mi sono imbattuto in una replica della trasmissione gay di La7, I Fantastici 5, che domenica sera, in seconda serata, hanno riproposto la missione impossibile di aiutare la candida Flavia (già dilaniata, a quel tempo, dal gossip che la voleva ex di Totti, proprio prima che il Pupone convolasse a nozze con la ex letterina Ilary Blasi), a ricostruirsi un’immagine politica, puntando su look, savoir-faire e life-style.

I 5 fantastici, tra una fervida scheccata e l’altra, cercando di coniugare arte e stile adattandoli alla bellezza della Vento, ce la mettono tutta, ma il meglio (o il peggio) che tirano fuori dalla capoccia in formato idea è quella di portare Flavia in un mercato rionale romano, per entrare in contatto con i problemi del paese, semplicemente intervistando la gente malcapitata con due borse della spesa in mano. Già in macchina, per arrivare nel luogo del delitto, la splendida Flavia aveva deliziato i palati più fini sparando le sue mire politiche e ideologiche, che suonano così forti da essere catalogati senza difetto come luoghi comuni: abbassare le tasse, creare posti di lavoro, eliminare l’Euro (sì, i vostri occhi non vi deludono). Giusto per dirne tre. Ma l’apoteosi avviene quando, al mercato, scodinzola i suoi ferrei propositi alla gente: c’è la signora di mezza età che concorda, la massaia, il lattaio. Inorridisco solo quando la Flavietta se ne esce così: basta, eliminiamo l’Euro, perchè non è possibile che adesso la gente non può andare a cena fuori perchè con 60 euro non mangia nulla. Con "fuori" intendo chiaramente il ristorante. Vabbè, certo, via la guerra, più posti per tutti, ma soprattutto non toglieteci la cenetta fuori casa. Che diamine.

La scalata al successo politico, oltre che transitare per negozi per ricostituirsi un look degno di un’aspirante politica (e lasciatemelo dire, checchè ne pensi il Fantastico Massimo, le mises proposte erano alquanto imbarazzanti, e più congrue per una serata in balera che per affrontare un’aula gremita), passa per una cena che raccoglie i giornalisti che avevano osato scrivere di lei dopo la candidatura in politica. Tra un piatto e l’altro, si suggella la fantasia. C’è chi le propone di valorizzare al massimo il proprio corpo, rischiando di venire linciato dalla Vento per offesa personale, c’è chi invece le ricorda i fasti de la Fattoria, dove sclerò dopo appena una settimana vedendo un cane avvinghiato ad un palo, che turbava la sua folta chioma animalista, c’è chi invece si fa più serio e cerca di riportare la conversazione sui toni formali. Ma non ne esce nulla, se non una sorta di pax che sembra sancire la nascita di un corridoio per Flavia verso l’ascesa politica.

Ok, d’accordo, l’hanno votata in 34 quando si era candidata la prima volta. Penso che ci farò un pensierino se si dovesse ripoporre. La questione dei ristoranti mi sta molto a cuore.

COME IMPAZZIRE DAVANTI AD UN PALINSESTO RICCO

Il Festival di Sanremo sta per iniziare e già sono in preda del nervosismo. Parlo di martedì sera, 28 febbraio 2006, con un afflusso di programmi di mio interesse che si accavvallano tutti insieme alla telecronaca della Gialappa’s che non voglio assolutamente perdermi.

Dunque, assodato che registrerò nella mia cara VHS Le Iene Show, probabilmente facendo a meno di evitare che le pause pubblicitarie si fissino nel nastro (temo di non essere ancora abbastanza padrone dello zapping anti-spot), che rimarrò la serata con le cuffie per sentirmi Rai Dire Sanremo, cercando di sincronizzarne la telecronaca con RaiUno, mi rimane del tutto scoperta La7, che propone prima Cambio Moglie (anche se in realtà si tratta di repliche delle prime puntate, ma non me le sono gustate tutte) e poi lo strepitoso S.O.S. Tata. Mannaggia che non ho nè Sky nè il decoder che registra i programmi (il MySky, per parlare più tecnicamente) per godere di un ulteriore sistema di registrazione. Sento già che vivrò la serata con troppa tensione in corpo. Volevo pure registrarmi le telecronache della Gialappa’s, possibilmente in digitale (e quindi rippare lo streaming sul sito di Radio2), ma questo vuol dire essere contemporeaneamente davanti alla tv con le mani sul pc.

Credo che diventerò pazzo. Speriamo che, come nel 2004, qualche buon’anima pia si dedichi a questo compito (nel 2005 era sorto pure un blog dedicato all’evento, che però è stranamente scomparso nel nulla) e a renderci disponibile le perle del trio.